In occasione della Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre, il Fondo Metasalute dedica un approfondimento a un tema che riguarda sempre più da vicino giovani e famiglie. Lo facciamo partendo dal messaggio scelto dall'Organizzazione Mondiale della Sanità per il 2026 e, soprattutto, attraverso il prezioso contributo del Professor Stefano Vicari, tra i massimi esperti italiani di neuropsichiatria infantile. Perché parlare di salute mentale significa certamente parlare di cura, ma ancora prima significa ascoltare, prevenire, educare e costruire intorno ai più giovani condizioni che favoriscano il loro benessere.
Il 10 ottobre si celebra la Giornata Mondiale della Salute Mentale, un appuntamento che richiama l’attenzione di istituzioni, professionisti sanitari e cittadini su un tema sempre più centrale per il benessere delle persone e delle comunità. Per il Fondo Metasalute questa ricorrenza rappresenta un’occasione importante per approfondire un tema che riguarda sempre più famiglie.
Per il 2026 l’OMS ha scelto un messaggio particolarmente significativo: “Lived experiences heard: real voices, real change”, ossia ascoltare le esperienze vissute: voci reali, cambiamenti reali.
Un invito a partire dalle persone. Dalla loro esperienza. Dalla capacità di ascoltare chi vive o ha vissuto una condizione di sofferenza psicologica affinché quella voce possa contribuire concretamente al cambiamento.
Ma c’è una domanda che dobbiamo porci: quanto presto dobbiamo cominciare ad ascoltare? Perché molte delle fragilità che siamo abituati ad associare all’età adulta iniziano in realtà molto prima. Ed è proprio da qui, dall’infanzia e dall’adolescenza, che abbiamo scelto di iniziare il nostro approfondimento.
Salute mentale: cominciare dai più giovani
La centralità dell’età evolutiva emerge anche dalle indicazioni delle istituzioni sanitarie italiane.
Il Ministero della Salute ricorda quanto i primi anni di vita siano fondamentali per promuovere il benessere mentale e prevenire i disturbi, sottolineando che fino al 50% delle patologie psichiatriche dell’adulto inizia prima dei 14 anni. Il tema della prevenzione precoce attraversa anche il Piano di Azioni Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030, che dedica particolare attenzione all’infanzia, all’adolescenza e alla transizione verso l’età adulta.
È all’interno di questo scenario che abbiamo voluto approfondire il tema insieme a una delle voci più autorevoli della neuropsichiatria infantile italiana.
La voce del Professor Stefano Vicari
Per il Fondo Metasalute è stato un onore poter raccogliere il contributo del Professor Stefano Vicari, che ringraziamo sinceramente per la disponibilità e la chiarezza con la quale ha affrontato con noi un tema così complesso.
Stefano Vicari è Professore Ordinario di Neuropsichiatria Infantile presso la Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e dirige l’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria Infantile dell’IRCCS Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. È autore di oltre 300 pubblicazioni scientifiche su riviste indicizzate e di diverse pubblicazioni editoriali.
Proprio l’ascolto, parola al centro del messaggio scelto dall’OMS quest’anno, è stato il primo argomento della nostra conversazione.
E per Vicari non potrebbe essere altrimenti.
«Ascoltare è l’elemento fondamentale. Le diagnosi in psichiatria si basano essenzialmente sul riferito, cioè su quello che i pazienti, le persone, i ragazzi che hanno problemi ci raccontano. Poi si instaurano delle tecniche di colloquio e di dialogo, ma l’ascolto è l’elemento essenziale, perlomeno nel mio mestiere».
È attraverso l’ascolto, continua il Professore, che si cerca di «capire meglio come un ragazzo funziona», arrivando a ciò che chiamiamo diagnosi e quindi al trattamento più indicato.
Ma parlare di Giornata mondiale della salute mentale significa, secondo Vicari, mettere immediatamente a fuoco una questione che ancora troppo spesso sfugge. Condizioni cliniche che siamo abituati a riconoscere soprattutto nell’adulto, sottolinea Vicari, hanno frequentemente un’origine molto più precoce.
«I problemi di salute mentale sono soprattutto problemi dei giovani, dei ragazzi. I disturbi mentali che noi siamo abituati a riconoscere negli adulti come l’ansia, la depressione, i disturbi alimentari, la schizofrenia, il disturbo ossessivo compulsivo, in realtà iniziano nella stragrande maggioranza dei casi, cioè nel 70-75% dei casi, proprio in età evolutiva, prima dei 18 anni».
È un dato dal quale, secondo il Professore, dovrebbe derivare una conseguenza precisa: organizzare l’assistenza anche intorno al momento in cui il problema emerge, non soltanto quando è diventato cronico.
Ed è qui che la sua analisi diventa più critica.
«Abbiamo un Servizio sanitario nazionale, perlomeno in Italia, organizzato discretamente bene per accogliere gli adulti, cioè i cronici, ma non abbiamo strutture per accogliere i ragazzini, i bambini, gli adolescenti quando i disturbi mentali esordiscono».
Vicari porta quindi la conversazione sulla disponibilità di posti letto dedicati alle emergenze psichiatriche in età evolutiva.
Secondo quanto riferito dal Professore nella nostra intervista, intere regioni italiane non disporrebbero di posti letto dedicati all’emergenza psichiatrica per bambini e adolescenti. Cita la Calabria, l’Abruzzo, il Molise e anche l’Umbria, mentre in altri territori, spiega, i posti disponibili sarebbero comunque molto limitati. Per alcune di queste realtà, aggiunge, si attenderebbe da molti anni l’apertura di posti specificamente dedicati. La conseguenza, racconta sulla base dell’esperienza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, può essere drammatica. Da qui la domanda posta dal Professore: «Stiamo garantendo il diritto alla salute dei nostri cittadini più giovani, cioè bambini e adolescenti, o glielo stiamo negando?».
Un fenomeno che non può essere considerato marginale
Per Vicari è fondamentale superare l’idea che si stia parlando di situazioni eccezionali.
«Non parliamo di disturbi rari. I disturbi mentali in età evolutiva sono i disturbi più frequenti in assoluto». Nel corso dell’intervista Vicari richiama quindi alcune stime: secondo i numeri citati dal Professore, il 10% dei bambini e il 19% degli adolescenti presenterebbero un disturbo mentale.
Richiama inoltre il suicidio come una delle principali cause di morte tra giovani e giovanissimi. Ma il punto della sua riflessione è soprattutto culturale. Quando parliamo di salute mentale, osserva Vicari, rischiamo ancora di ricorrere automaticamente allo stereotipo del disagio psichiatrico adulto, quando invece dovremmo spostare con decisione lo sguardo verso bambini e adolescenti. «È ora che questo Paese si accorga che questa è un’emergenza».
Per descriverne l’evoluzione, Vicari porta i numeri dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. «Nel 2012-2013 accoglievamo in pronto soccorso per motivi psichiatrici circa 230-240 ragazze e ragazzi all’anno, che vuol dire circa quattro a settimana». Il numero, racconta, cresce rapidamente negli anni successivi. «Nel 2019, prima quindi della pandemia, eravamo già oltre quota 1.000-1.050, quindi circa due-tre al giorno». E poi arriva il dato più recente disponibile nella sua esperienza. «Il 2025, gli ultimi dati che posso fornire, lo abbiamo chiuso con 1.650 accessi in pronto soccorso, che vuol dire quasi cinque al giorno».
Da qui una domanda volutamente provocatoria: «Quale altro disturbo è aumentato in così pochi anni del 500%? Eppure, non ne parliamo abbastanza».
«Parliamo degli adolescenti quando delinquono. Ma cosa facciamo per aiutarli?» È uno dei passaggi più critici della nostra conversazione.Vicari osserva che il dibattito pubblico tende spesso a concentrarsi sui giovani in occasione di episodi di violenza o criminalità.Ma la domanda diventa immediatamente un’altra: quali strumenti siamo disposti a introdurre prima che il disagio produca conseguenze?Nella lettura di Vicari, la risposta politica si è concentrata troppo sulla sicurezza e troppo poco sul rafforzamento dei servizi territoriali di neuropsichiatria infantile, dei reparti dedicati alle emergenze e delle opportunità educative.
La strada alternativa, secondo Vicari, passa da tutt’altro.«Forse sarebbe ora di cambiare rotta, ad esempio investire sulla scuola, sulle famiglie, sugli spazi di aggregazione, sullo sport».

Una Giornata mondiale dedicata anche alla prevenzione
Da qui nasce una diversa concezione della stessa Giornata mondiale. «La giornata della salute mentale dovrebbe essere una giornata dedicata al benessere di bambini e adolescenti, perché i disturbi iniziano lì». Pensare alla salute mentale, continua Vicari, significa occuparsi anche delle misure educative capaci di favorirla prima dell’insorgenza del disagio. Quindi lotta alle dipendenze e alla povertà, anche «culturale e intellettuale», sostegno alla scuola e diffusione dello sport.
«Questo vorrebbe dire lavorare per la salute mentale».
Vicari prova allora a immaginare cosa significherebbe, concretamente, costruire una società maggiormente orientata alla salute mentale dei più giovani. «Io sogno un mondo in cui un bambino esce alle otto del mattino da casa, va a scuola, studia duramente fino all’una e poi inizia a fare nuoto, piscina, tennis, musica, inglese, tutte le attività del tempo libero che oggi sono appaltate a privati fuori dalle scuole». La giornata ideale immaginata dal Professore continua fino al pomeriggio. «Alle cinque finisce, torna a casa e trova papà e mamma che hanno finito di lavorare e stanno insieme, fanno comunità. Questo vorrebbe dire proteggere l’infanzia e l’adolescenza».
La riflessione chiama direttamente in causa le politiche familiari. Secondo Vicari, oggi molti genitori trascorrono gran parte della giornata al lavoro e hanno quindi meno possibilità di stare con i propri figli. A questo aggiunge il problema della disponibilità degli asili nido, richiamando durante l’intervista il ritardo dell’Italia rispetto agli obiettivi europei.
Al di là dei singoli numeri citati nella conversazione, il messaggio che vuole trasmettere è chiaro: se vogliamo proteggere bambini e adolescenti dobbiamo mettere le famiglie nelle condizioni di avere tempo, servizi e opportunità educative.
Vicari entra poi in un tema spesso al centro del confronto pubblico. Secondo il Professore, quando nel nostro Paese si parla di famiglia ci si concentra eccessivamente su come debba essere composta. «Se un uomo, una donna, due uomini, due donne. Quello che noi sappiamo, che tutti gli studi di pedagogia ci dicono, è che ciò che conta è che a casa ci sia qualcuno, almeno uno, che mi vuole bene e che mi aspetta». Il punto, nella prospettiva di Vicari, è dunque la relazione di cura.
Parlando poi di scuola, secondo Vicari, questa deve rappresentare molto più di un luogo nel quale misurare il rendimento. Per Vicari la scuola dovrebbe essere uno strumento fondamentale di riduzione delle disuguaglianze. Dovrebbe tornare, sostiene, alla funzione che ha svolto in altri momenti della storia italiana: «Dovrebbe tornare a essere quella che è stata negli anni Sessanta, cioè un ascensore sociale, la promozione del proprio livello personale».

Ripartire dall’infanzia anche quando si decidono le politiche da seguire
La necessità di mettere maggiormente i giovani al centro riguarda, per Vicari, anche gli organismi chiamati a discutere le politiche sulla salute mentale. Durante la nostra telefonata richiama il tavolo ministeriale dedicato al tema: «C’è un tavolo ministeriale, è stato costituito sulla salute mentale». E sottolinea quella che, dal suo punto di vista, rappresenta una sproporzione: «Di questo tavolo fa parte un neuropsichiatra infantile a fronte di alcune decine di psichiatri dell’adulto». Anche qui l’indicazione è molto chiara: «Mi sembra che anche in queste cose forse potremmo correggere in qualche maniera il tiro, ripartire dall’infanzia e dall’adolescenza, perché è da lì che promuoviamo salute mentale».
Prevenire: cosa possono fare genitori e insegnanti?
Da questa riflessione generale siamo passati alla quotidianità. Abbiamo chiesto al Professore come intercettare il disagio prima che sia troppo tardi e quali indicazioni possano essere utili a genitori e insegnanti.
Vicari parte ancora prima dei possibili sintomi. «La prima cosa che un genitore e la scuola dovrebbero fare è tutelare la salute mentale». La paragona alla prevenzione dell’infarto: non si aspetta l’evento acuto per iniziare a occuparsi del problema. «Promuovere salute mentale nel bambino vuol dire aiutarlo a leggere, a fare uno sport, stare in mezzo agli altri bambini e gestire le proprie emozioni». E gestire le emozioni significa imparare anche a tollerare la frustrazione. «Oggi molti bambini, quando ricevono un no, si buttano per terra, fanno scenate, e i genitori fanno molta fatica a gestire questo aspetto». Per questo, afferma, «si inizia da subito a educare alla salute mentale».
Autonomia, relazioni, sport
L’autonomia è uno dei primi strumenti educativi indicati dal Professore.
«Educare, ad esempio, all’autonomia un bambino vuol dire che a tre anni dorme nel suo lettino, apparecchia e sparecchia la tavola, si veste e si spoglia da solo». Azioni apparentemente molto semplici che rappresentano invece, nella sua prospettiva, una forma concreta di educazione al benessere mentale. Poi ci sono la socializzazione e l’attività fisica. E ancora una volta la scuola: «La scuola dovrebbe favorire moltissimo le relazioni tra i coetanei, quindi le relazioni positive in un clima collaborativo piuttosto che competitivo».
Accanto ai fattori che possono favorire la salute mentale ci sono, naturalmente, i fattori di rischio.
Tra questi Vicari mette in primo piano il rapporto precoce con smartphone e social network, richiamando anche la coincidenza temporale tra la maggiore diffusione degli smartphone e la crescita dei problemi osservati nell’attività clinica. La regola che propone alle famiglie è molto netta: «Mai un telefonino di proprietà prima dei 13 anni, mai sui social prima dei 10 anni». E auspica che anche il legislatore intervenga.

I segnali da non sottovalutare
Arriviamo quindi a una delle domande più importanti: come possiamo accorgerci che un ragazzo sta attraversando una difficoltà?
«I disturbi mentali non compaiono mai improvvisamente, ma sono una lenta evoluzione». Vicari costruisce un esempio. Immaginiamo una ragazza di 12 o 13 anni che fino a quel momento ha avuto un buon rendimento scolastico, ha praticato uno sport, ha avuto un gruppo di amiche con il quale uscire, ha dormito e mangiato regolarmente ed è stata complessivamente serena. Poi lentamente qualcosa cambia. «Diventa sempre più cupa, abbandona lo sport. Il rendimento scolastico peggiora, si addormenta sempre più tardi la sera e la mattina fa fatica a svegliarsi». Può cambiare anche il rapporto con il cibo: «Mangia in modo disordinato, cioè mangia troppo poco o troppo spesso». Possono comparire irritabilità, aggressività e, nelle situazioni più gravi, gesti autolesivi. Il vero elemento sul quale fermarsi, tuttavia, è la persistenza del cambiamento. «Se questi cambiamenti sono stabili e durano settimane o mesi, allora devono essere considerati dei veri e propri campanelli d’allarme. Non vanno sottovalutati».
Riconoscere un cambiamento richiede però una condizione fondamentale: osservare i ragazzi. «Un genitore, un insegnante, li deve guardare i bambini, li deve osservare. Verrebbe da dire: li deve spiare, cioè guardarli con molta attenzione. Non possiamo affidarci a uno stile educativo che viaggia per WhatsApp: hai fatto questo, hai fatto quello, hai messo a posto. Bisogna starci».
Stare con i figli significa anche accettare i momenti nei quali apparentemente non succede nulla. «Passare del tempo con i figli, avere molto tempo, vuol dire anche stare in silenzio e quindi essere disposti ad ascoltare». Al contrario: «Quando abbiamo poco tempo con i nostri figli tendiamo a dire: hai fatto questo? Hai fatto quello? A fare i controllori, non gli educatori».
Ancora una volta, dunque, torniamo all’ascolto.

Quale ruolo per i Fondi sanitari integrativi?
È a questo punto che abbiamo portato la conversazione sul terreno che riguarda direttamente il Fondo Metasalute. Integrare stabilmente prestazioni di natura psicologica all’interno di un fondo sanitario significa confrontarsi con la necessità di trovare un equilibrio tra bisogni sempre più importanti e sostenibilità.
Ma abbiamo chiesto a Vicari se, proprio considerando la diffusione del disagio tra i più giovani, realtà come i Fondi sanitari integrativi e il welfare aziendale debbano impegnarsi anche sul terreno della diagnosi e della psicoterapia, in particolare per i figli dei lavoratori.
Vicari riconosce immediatamente il tema della sostenibilità, ma indica contemporaneamente un possibile terreno da esplorare: «Ci sono percorsi di psicoterapia che hanno dato prova di efficacia, che non sono lunghissimi, che durano alcune settimane o mesi. Questo potrebbe essere uno degli aspetti da esplorare meglio».
C’è però un confine che, per Vicari, deve rimanere estremamente chiaro: «Io credo che le assicurazioni, ma anche i fondi privati, non debbano sostituirsi a quella che è la responsabilità dello Stato». Il Professore ribadisce infatti la propria fiducia in un sistema sanitario universalistico: «Io credo in una sanità, in un Sistema sanitario nazionale generalista, aperto a tutti e a tutte le necessità, ma anche a tutti coloro che magari si trovano in situazioni di difficoltà. Uno Stato civile si riconosce da quanto è in grado di tutelare e proteggere le fasce più deboli, che nel nostro caso sono i bambini e gli adolescenti, in primo luogo, ma anche le famiglie che non ce la fanno a tirare avanti».
L’impegno del Fondo Metasalute
È anche in questa prospettiva che il Fondo Metasalute interpreta il proprio ruolo.
La salute mentale, e in particolare il sostegno ai giovani e alle loro famiglie, è un ambito al quale il Fondo ha scelto di dedicare un’attenzione concreta.
Lo fa attraverso i propri Progetti Speciali, con interventi rivolti alle famiglie con figli affetti da disturbo dello spettro autistico, schizofrenia e Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), oltre che attraverso il supporto psicologico per i figli fino ai 26 anni.
Sono iniziative che nascono dalla volontà di affiancare gli iscritti e le loro famiglie di fronte a bisogni che possono incidere profondamente non soltanto sulla salute della persona direttamente interessata, ma sull’equilibrio dell’intero nucleo familiare.
La direzione rimane quella indicata anche da Vicari: affiancare il sistema pubblico senza sostituirlo, cercando al contempo, nel rispetto della sostenibilità, di costruire strumenti che possano offrire un aiuto concreto.
L’emergenza silenziosa delle dipendenze
Prima di concludere la nostra conversazione abbiamo voluto porre un’ultima domanda al Professore: c’è un’emergenza silenziosa alla quale stiamo dedicando ancora troppo poca attenzione?
La risposta arriva immediatamente: «La dipendenza da sostanze. Non se ne parla più». Vicari ricorda le campagne di comunicazione nelle quali, in passato, venivano spiegati diffusamente i rischi legati all’eroina e alle altre sostanze. «Quando ero ragazzo io eravamo inondati da Pubblicità Progresso che spiegavano il rischio connesso all’uso dell’eroina e quant’altro».
Oggi, secondo il Professore, quella capacità di informare preventivamente si è indebolita. «Oggi ai bambini non se ne parla, i bambini non lo sanno, per cui siamo noi che dobbiamo spiegare ai bambini, magari quando già fanno uso di sostanze pesanti, che queste nascondono un pericolo».
Il rischio, aggiunge, è quello di confondere il silenzio con la soluzione del problema. Vicari richiama quindi l’aumento delle morti per overdose e sottolinea che il fenomeno riguarda anche minorenni. «Questo è un tema che io credo dovremmo in qualche modo affrontare».
Ancora una volta ritorna dunque la stessa parola: prevenzione. Non aspettare che un problema esploda. Informare, educare, osservare e intervenire prima.
Al termine della nostra conversazione resta un’impressione: parlare di salute mentale significa inevitabilmente parlare della società nella quale vogliamo che crescano i nostri figli. Servizi sanitari, certamente. Ma anche famiglia, scuola, tempo, sport, relazioni, autonomia, educazione, prevenzione delle dipendenze, accesso alle cure, contrasto alle disuguaglianze.
E soprattutto ascolto. Il messaggio della Giornata mondiale della salute mentale acquista così un significato estremamente concreto. Le voci diventano capaci di produrre un cambiamento quando siamo disposti non soltanto a sentirle, ma a costruire risposte. E nel caso dei bambini e degli adolescenti c’è una responsabilità ulteriore: spesso sta agli adulti creare le condizioni perché quelle voci riescano a emergere.
Per chi vuole approfondire
Prima di salutarci, il Professor Vicari ci ha indicato due suoi recenti lavori editoriali nei quali sono approfonditi molti dei temi affrontati nel corso della nostra conversazione.
Il primo è Adolescenti interrotti. Intercettare il disagio prima che sia tardi, dedicato proprio alla necessità di riconoscere tempestivamente le difficoltà dei ragazzi.
Il secondo è Diversamente intelligenti. Vivere la neurodivergenza in un mondo omologato.
L’intervista è stata condotta da Carlo Pascotto, Responsabile della Comunicazione del Fondo Metasalute. Si ringrazia il Professor Stefano Vicari per la disponibilità e la struttura comunicazione dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma per la collaborazione.
La Redazione: le opinioni e le informazioni fornite in questo articolo hanno scopo esclusivamente informativo e divulgativo. Non costituiscono in alcun modo una diagnosi, un parere clinico o una terapia per casi specifici. In caso di necessità o in presenza di segnali di disagio psicologico ti invitiamo a contattare direttamente un professionista o le strutture sanitarie dedicate sul territorio.
Fonti
- World Mental Health Day 2026 – World Health Organization
- Ministero della Salute, Piano di Azioni Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030. Il Piano è stato approvato in Conferenza Unificata il 29 dicembre 2025
- Ministero della Salute, Promuovere il benessere mentale nei bambini, adolescenti e giovani
- Istituto Superiore di Sanità, Promozione della salute mentale nelle popolazioni che vivono in condizioni di vulnerabilità attraverso un approccio preventivo basato sui diritti: JA PRISM